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Posts Tagged ‘riflessioni’

azzurrodi Daniela Corrado

Le cose son cose, hanno una vita loro,
hanno forme, pensieri, età e persino colore.
Siamo noi a dividere, a costruire barriere ad alzare,
abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore.

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Accadde tutto poco dopo il Premio Strega, quando lessi quello che credo sia rimasto il suo romanzo più conosciuto, Il dolore perfetto, e fu subito amore.

Ricordo che all’università decisi con alcuni amici di iscrivermi ad un corso di scrittura creativa, e fu proprio quella l’occasione in cui lo vidi per la prima volta. All’epoca mi sembrò un momento storico, sì perché Ugo Riccarelli sarebbe arrivato da noi, anonimi allievi di un piccolo corso di scrittura creativa di Pisa, per parlare  della sua esperienza di scrittore, togliendosi da faccende senz’altro più importanti, con il solo scopo di agitare le nostre menti creative.

Ho ancora nel cuore l’emozione di quel giorno. Non potevo credere che stesse succedendo davvero. La gola secca e le mani tremanti non mi impedirono di porgli una domanda a cui lui (ho la scena vivissima nella mia testa) rispose: “non credo che sia serio per una casa editrice pubblicare a pagamento, per cui ragazzi, se vi chiedono soldi, forse è meglio cercare altrove…

Lo rividi ancora, qualche anno dopo, alla presentazione di un suo libro di racconti. Mi sembrò pallido e magro, ma non ci badai più di tanto. Da Il dolore perfetto in poi, lui per me è sempre stato lo “scrittore azzurro” (fate un po’ caso a quante volte e a come usa questa parola nel suo romanzo: magia!).

Consiglio di cuore a tutti i colleghi traduttori che non l’avessero ancora fatto, soprattutto ai non italiani, di leggere almeno uno dei suoi libri; perché se siete, come me, sempre alla ricerca della definizione dell’espressione “scrivere bene”, anche se so che il parlare per frasi assolute non è mai molto apprezzato, devo dire onestamente di averla sorprendentemente trovata nelle pagine dei romanzi e nei racconti di Ugo Riccarelli.

Quando avevo 17 anni volevo fare la scrittrice. Leggevo moltissimo e divoravo di tutto: romanzi, poesie, saggistica, libri d’arte, ecc. Eppure, come molti di voi sapranno, oggi non traduco la letteratura.

Tuttavia, prima che la vita mi portasse per altre strade, avevo deciso di tenere un diario. Vi annotavo moltissime cose, ma più di tutto le idee che mi sembravano adatte alla scrittura del mio futuro romanzo; di cui, ne ero certa, si sarebbe senz’altro parlato. C’era anche un personaggio di nome Sole, seppure ovviamente molto diverso da quello presente nel famoso romanzo di Riccarelli.

In quel diario c’erano tante storie e vite di personaggi, i miei amici più stretti e alcuni professori le hanno lette, ma alla fine un romanzo non l’ho mai scritto. Non ne ho avuto il coraggio.

Dunque, come ho già detto ormai qualche anno fa nei ringraziamenti della mia tesi di laurea, bisogna sempre esprimere riconoscenza nei confronti di chi ha il coraggio di scrivere.

Perché, se ci pensate un attimo, è questo che gli scrittori fanno, quando parola dopo parola compongono storie e mettono in ordine i suoni e pensieri del loro mondo interiore: un atto di coraggio, enorme.

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HelpTraduzioni-richiesta-preventivo

diDaniela Corrado

Questo post è dedicato a un argomento che può sembrare in prima analisi banale, ma che non è certo da sottovalutare per chi svolge un lavoro da freelance: mi riferisco alla scrittura del preventivo.

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Giorni fa mi lamentavo su Facebook della richiesta di preventivi per le traduzioni senza dar modo al traduttore di visionare il testo. Ecco, il preventivo, a mio parere, è un passo importante nell’acquisizione del cliente. Attraverso la precisione e la correttezza del preventivo il freelance riesce a parlare di sé, presentare il lavoro che andrà a fare, ritagliare una tariffa “su misura” che meglio si adatti alle esigenze del cliente e, soprattutto, stabilire un primo importante contatto basato sulla professionalità e la fiducia.

Impostare sin dal primo momento una buona comunicazione, ascoltare le esigenze del cliente e ideare un preventivo che soddisfi a pieno sia il professionista, sia chi necessiti di una prestazione professionale è dunque un passaggio delicato ma essenziale.

Perché ho usato il termine “delicato”? Perché l’idea che il cliente si fa di noi, della nostra professionalità e del nostro lavoro passa obbligatoriamente da lì. Se il preventivo non va bene e non soddisfa le aspettative di chi lo riceve, ovviamente la comunicazione si chiude e il lavoro è perso.

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Apro una piccola parentesi: nonostante l’importanza di ascoltare e la buona volontà di realizzare una richiesta siano in cima alla lista delle priorità, bisogna tuttavia ammettere che chi scrive o chiama per ricevere un servizio non sempre ha piena coscienza di ciò che è davvero più adatto al suo scopo, e quasi sempre occorrono le domande “giuste” da parte del professionista per capire come poter pienamente soddisfare le sue necessità:

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Una volta, ad esempio, all’inizio della mia carriera di traduttrice, mi capitò un cliente che necessitava di una traduzione del curriculum, e fin qui nulla di strano. Nella mia ingenuità di traduttrice alle prime armi non mi venne in mente di chiedere al cliente se il curriculum fosse destinato a più aziende con l’obiettivo di ricercare un impiego al di fuori dell’Italia, ad un’azienda specifica con sede in una località determinata, o per la partecipazione ad un bando. Il risultato fu che io lo tradussi in British English per poi vederlo pubblicato sul web in un inglese che, in realtà, era una via di mezzo tra l’American e il British! Una cosa inguardabile, vi giuro. Probabilmente il cliente aveva bisogno di una traduzione in American English, ma aveva omesso di dirmelo (e io di chiederlo) e così, nel tentativo di adattare ciò che io gli avevo consegnato, e che certamente a lui sembrava un po’ troppo pieno di “s” dove invece era sempre stato abituato a vedere delle “z”, decise di fare da sé e modificare la traduzione…

È un esempio banale, ma vi giuro che ci misi del tempo per capire cosa fosse successo, per quale ragione la mia traduzione fosse stata così storpiata, e soprattutto ricordo che con sollievo pensai: “Per fortuna non c’è il mio nome scritto lì sotto…

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Per cui, nella prima comunicazione scritta o telefonica, ancor prima di buttare giù la vostra proposta di preventivo, è importante capire bene cosa “serve”, e non tanto cosa “vuole” chi sta dall’altra parte.

Detto questo, l’abitudine di fare preventivi senza vedere il testo che si andrà a tradurre per me è fuori da ogni logica. Probabilmente è un mio limite, non so. Posso informare il cliente delle mie tariffe in maniera generica, questo sì, ma non posso di certo dirgli quanto esattamente andrà a spendere senza vedere la base del lavoro. Per cercare di spiegare questo mio punto di vista ai clienti, che quasi mai capiscono questa cosa e vogliono sempre semplicemente “avere un prezzo” (possibilmente basso), uso spesso la metafora che io chiamo del “muratore”:

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Se un cliente necessita della ristrutturazione di un appartamento che ha acquistato, il muratore, o chi si occuperà della ristrutturazione, fissa con lui un appuntamento per visionare la proprietà. Sulla base delle richieste del cliente, il budget, la struttura della casa e le misure prese, si andrà poi a proporre un preventivo ritagliato apposta per quel cliente e quella proprietà. Per le traduzioni (ma anche per la creazione di un sito internet, un progetto di grafica, la scrittura di un articolo o una campagna di web marketing)  è esattamente lo stesso procedimento. Non basta avere una richiesta generica per esprimere con precisione una proposta di compenso, occorre poter vedere la struttura e la base del lavoro.

Dal momento che il preventivo è l’accordo iniziale su cui si baseranno non solo i rapporti con il cliente, ma anche i potenziali lavori futuri, è importante tenere aperte le orecchie e le idee per sfruttare questo strumento nel modo più efficace e proficuo per noi e per chi ci contatta. Appena ho un po’ di tempo cercherò di scrivere qualcosa di più specifico, un po’ di tips, su come redigere un preventivo

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di Daniela Corrado

Sempre più spesso sentiamo i grandi guru del marketing consigliare di usare Facebook e i social network in maniera intelligente: pianificando una linea editoriale precisa e strategie di comunicazione targeted oriented.  Cosa significa? È molto semplice. In pratica, si tratta di individuare i pubblici di riferimento (macrocategorie) , ovvero i destinatari  della comunicazione, e procedere a una successiva segmentazione del mercato nel dettaglio (microcategorie). Questo modo di fare, infatti, permette di  focalizzare meglio i contenuti (content) e, per usare una metafora, di indirizzarli a chi “ha orecchie per intendere”.

Eppure, probabilmente condizionata dai miei studi linguistici e in comunicazione pubblica, sono convinta che una comunicazione efficace, oltre a tener conto del target specifico, fattore che influenza notevolmente la selezione e la modalità di erogazione dei contenuti,  debba avere potenzialmente la capacità raggiungere il maggior numero di persone e, se possibile, riuscire a farsi comprendere chiaramente da tutti.

Partendo da questa riflessione, abbastanza semplicistica se vogliamo, mi sono chiesta, anche sulla base degli attuali trend di settore, se sarà mai possibile riuscire a creare, scegliere e organizzare i content  in maniera al contempo rilevante, orientata e globale.

È un’impresa impegnativa, ma non impossibile. E per raggiungere questo scopo, secondo me, è sufficiente ispirarsi a due concetti da tempo presenti in ambito web: usabilità e accessibilità.

Il content marketing prevede la creazione e diffusione di contenuti in grado di attrarre i prospects e trasformarli in customers. Negli ultimi anni si è compresa l’importanza della qualificazione dell’offerta dei contenuti; che non devono soltanto attrarre lettori  e essere ottimizzati per il web, ma dimostrarsi anche affidabili e diversificati. L’affidabilità e la diversificazione, infatti, giocano un ruolo importantissimo nella successiva fidelizzazione dei customers (che a quel punto diventano repeat buyers), e quindi, di rimando, anche sulla percezione della brand image.

In altre parole, chi svolge la funzione di content curator (o editor) ha una responsabilità enorme, sia nei confronti dell’azienda per cui opera (o di se stesso se si tratta di personal brand, come avviene per i traduttori e i freelance), che dei customers. La sua figura, in teoria della comunicazione, è assimilabile a quella dell’opinion leader. È lui, infatti, attraverso i contenuti che edita, ad educare e influenzare i prospects (e molto spesso anche eventuali partner e stakeholder) quel tanto sufficiente a far conoscere e amare il prodotto/servizio che offre e, se la sua strategia comunicativa è di successo, a creare marketing virale (attraverso la condivisione dei contenuti), convincendoti infine che è davvero un piacere fare affari con te e lavorare insieme. Magia? Quasi…

Quali vantaggi allora potremmo trarre dall’implementazione della nostra strategia di content marketing con i concetti di usabilità e accessibilità abitualmente utilizzati nella progettazione di sistemi informativi?

Se lo scopo dell’usabilità è misurare la qualità dell’interazione dell’utente con il prodotto durante l’uso, applicato ai content, questo concetto consentirebbe la creazione, progettazione e organizzazione di contenuti in maniera più efficace, efficiente e soddisfacente. In quest’ottica di miglioramento di qualità e organizzazione dell’informazione, infatti, sono sempre più orientate le modifiche degli algoritmi di Google (in grado, come sappiamo, di influenzare il posizionamento dei siti web) e lo sviluppo di recenti tecnologie e piattaforme legate alla content curation (ad es. Scoop.it, Storify, Pearltrees, Zite, Pinterest, ecc.).

Se, dall’altro lato, l’accessibilità consente che il maggior numero di persone possibile possa accedere ad un prodotto (ad es. attraverso il corretto caricamento di siti web da parte di vari browser o su device differenti), in applicazione al content marketing ciò offrirebbe l’opportunità concreta non solo di allargare il bacino di utenza del target, ma anche di sviluppare una nuova consistente fetta di mercato; quella che attualmente va sotto il nome di mobile content.

In altre parole, investire nell’usabilità e accessibilità dei content, anche attraverso la determinazione di criteri oggettivi a cui fare riferimento, consentirebbe di migliorare notevolmente le proprie strategie e il raggiungimento degli obiettivi.

D’altra parte, se in programmazione web lavorando sul lato server abbiamo un miglior controllo del lato client, perché lo stesso principio non dovrebbe valere anche per il content marketing?

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Help Traduzioni - Revisione editoriale e traduzioni

di Daniela Corrado

In questo post affronterò in maniera molto personale, e certamente non esaustiva, la prassi della revisione, anche quella del curriculum vitae.  L’idea di intitolare l’articolo “La revisione come stile di vita” nasce da alcune email, con CV in allegato, inviateci da parte di giovani traduttori (a proposito, non siamo un’agenzia ma uno studio di freelance che lavorano in co-working!) in cui molto spesso sono presenti dei refusi o -peggio- frasi leziose o sintatticamente piuttosto confuse.

Di solito, Angela ed io cerchiamo sempre di rispondere a chi ci scrive in maniera personalizzata, dando qualche consiglio basato sulle nostre esperienze personali che possa essere d’aiuto per proporsi in maniera adeguata e professionale ad agenzie, associazioni, case editrici, ecc. (a questo proposito, per chi fosse interessato alla traduzione letteraria, trovate sul blog l’articolo “Come fare per farsi prendere in considerazione dalle case editrici”). In quest’ottica scrivo il post che state leggendo, provando ad immaginare alcune tipiche FAQ sulla revisione.

ATTENZIONE! Questo post vuole essere anche, da un lato, una sorta di risarcimento per chi ci ha scritto e non ha avuto ancora una risposta adeguata; e, dall’altro, una riflessione (si spera utile a tutti, traduttori e non) sull’importanza di una buona revisione di ciò che si scrive, e quindi anche del proprio CV

Domanda nr. 1: Perché è così importante revisionare sempre ciò che si è scritto e/o tradotto?

La risposta è abbastanza semplice: una buona revisione serve a garantire l’accuratezza del prodotto che andiamo a consegnare. Nel caso specifico delle traduzioni, sarebbe bene che il revisore e il traduttore fossero due professionisti distinti in grado di lavorare in sinergia, ma quando ciò non avviene (come freelance spesso non si ha tempo/modo di contattare un collega per chiedere una revisione) io personalmente adotto la soluzione soprannominata “creare il giusto distacco dal testo”. In pratica lascio da parte la traduzione (già terminata) per qualche giorno (almeno una mezza giornata se i tempi sono proprio stringenti) e la rileggo, apportando eventuali correzioni, soltanto dopo aver tassativamente rispettato il periodo di distanza coatta -fisica e mentale- dal testo.

L’abitudine di distaccarsi da ciò che si è scritto è molto utile: non solo permette di accettare meglio le critiche interiorizzandole in maniera costruttiva, ma aiuta anche a cambiare prospettiva e leggere i testi in un’ottica differente identificandone velocemente le criticità. Ad ogni modo, soprattutto nel caso di traduzioni tecnico-specialistiche, preferisco sempre consultare un revisore non linguista esperto della materia oggetto del testo.

Consiglio: nel caso in cui si invii un CV per proporsi come traduttore e/o revisore, è importante fare attenzione ai refusi. Che credibilità può avere, infatti, un traduttore che in una email di 5-10 righe commette uno o più errori di grammatica, ortografia e sintassi? Rileggete sempre con attenzione, epurate e semplificate, controllate la punteggiatura, gli accenti ed eventuali altri errori di battitura. Sempre.

Domanda nr. 2: Cosa si intende esattamente per revisione?

La risposta alla domanda è controversa. Si può intendere la semplice rilettura, la rilettura con riformulazione di alcune parti di testo, e in alcuni casi anche la riscrittura (il che capita quasi sempre per la revisione di traduzioni effettuate con i traduttori automatici…).

Per quel che riguarda la prima opzione, e un po’ anche la seconda, si rientra in ciò che io considero come una “revisione a lettura incrociata”, ovvero ho il testo di partenza,  in lingua originale, accanto alla traduzione effettuata e procedo nella rilettura attenta dei singoli segmenti, confrontandoli sempre con l’originale, e verificando di volta in volta la validità delle scelte linguistiche che ho effettuato.

A questa fase, personalmente, faccio seguire una revisione terminologico-lessicale e stilistica più marcata che sono solita chiamare “editing”.

L’editing ha come obiettivo quello di verificare la chiarezza, scorrevolezza, coesione e coerenza interna del testo. La soluzione del distacco, a cui accennavo prima, è utilissima in questa fase. Nell’editing, infatti, il testo su cui lavoriamo va considerato nella sua essenza, unicità, indipendenza, e non come la traduzione di qualcos’altro. Durante questa  revisione ho sempre accanto a me il testo in lingua originale, ma lo consulto solo se ho dei dubbi e delle perplessità che non sono ancora riuscita a chiarire del tutto, o se la formulazione finale per cui ho optato sembra troppo distante dal testo di partenza, così tanto da rischiare di inficiare il messaggio originale. Ci sono anche dei casi in cui, per motivi culturali o terminologico-lessicali, il messaggio originale non può essere trasposto e bisogna trovare soluzioni innovative. Solitamente questo problema lo affronto durante la fase traduttiva vera e propria, ma mi è anche capitato di doverlo risolvere durante l’editing, e devo dire che, a questo punto del lavoro, essendo più consapevole riguardo a testo e contesti di riferimento, e soprattutto a più stretto contatto col cliente, le soluzioni trovate si sono sempre rivelate maggiormente soddisfacenti rispetto alla prima scelta traduttiva.

La fase finale della revisione è quella che chiamo “proofreading”, in cui rivedo la punteggiatura ed eventuali refusi (soprattutto tipografici) che possono essermi sfuggiti nelle precedenti manipolazioni del testo.

Ognuno ha un suo metodo di revisione, e questo in sostanza è il mio (credo, tra l’altro, che sia abbastanza condiviso/condivisibile). A questo punto, potete confrontarlo con il vostro, elaborarne uno nuovo, oppure delegare la revisione a qualcun altro (attenzione però ai revisori con la “voluttà della penna rossa” – Permentiers, Springael, Troiano, Traduction, Adaptation & Editing Multilingue, p.49), ma ciò che conta per chi lavora con le parole (traduttori, copywriter, ecc.) è revisionare sempre e comunque ciò che si scrive prima della consegna, anche se si tratta di un semplice CV.

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